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Traduzione e teoria dei modelli

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  Come abbiamo avuto modo di constatare, esistono vari modelli possibili del processo traduttivo, ognuno dei quali tende a enfatizzare determinate componenti a scapito di altre.

  Nelle prime unità del corso abbiamo affrontato il processo traduttivo soprattutto come processo mentale, mettendone in risalto le implicazioni che coinvolgono la psiche del traduttore e l'elaborazione mentale necessaria.

  Successivamente, sottolineando l'importanza della cultura nella traduzione, abbiamo paragonato il sistema mondiale della cultura, o semiosfera, a un gigantesco intertesto, all'interno del quale tutti i testi sono una traduzione (anche se non necessariamente interlinguistica). Nessun testo è "vergine" o "puro" poiché, nel complesso sistema di influenze reciproche, consapevoli o inconsapevolii, volenti o nolenti gli scriventi fanno affidamento su un patrimonio culturale preesistente.

  Da questo punto di vista, si può classificare un testo a seconda che aggiunga qualcosa o non aggiunga nulla a ciò che è già stato scritto. In quest'ultimo caso, si possono distinguere ulteriormente varie possibilità:

  1. testi che, senza apportare concetti nuovi, si rivolgono a categorie di lettori diverse: per esempio testi didattici che illustrano a non addetti ai lavori concetti precedentemente esposti in testi scientifici (volgarizzazione, divulgazione, adattamento, didattica);
  2. testi che, senza apportare concetti nuovi, si rivolgono a lettori di culture/lingue diverse, ai quali altrimenti i prototesti sarebbero inaccessibili (traduzioni interlinguistiche, articoli, voci di enciclopedia);
  3. testi che, senza apportare concetti nuovi, si sostituiscono ai prototesti negandone l'esistenza, ossia pretendendo di essere prototesti (plagio, falsificazione).

 

  Oltre a questi approcci di analisi, e ad altri che non abbiamo citato qui come quello linguistico e quello normativo, esiste però anche la possibilità di considerare la traduzione stessa un modello, nel senso che il testo tradotto rappresenta, in modo esplicito o implicito, un testo precedenteii o prototesto. Come nella relazione tra prototipo e modello, nella relazione tra prototesto e traduzione il prodotto non è reversibile.

  In altre parole, se si traduce un testo in un'altra lingua, e poi si fa tradurre la traduzione di nuovo nella lingua originaria (traduzione inversa), non si ottiene come risultato il prototesto, l'originale. Questo avviene perché, come abbiamo più volte sottolineato, il risultato del processo traduttivo è funzionale alla dominante che viene scelta dal traduttore, e al modo in cui le sottodominanti vengono collocate in ordine gerarchico. Di conseguenza, come si è visto esplicitamente dallo schema più volte citato di Torop, non soltanto esistono varie traduzioni adeguate, ma esistono vari tipi di traduzione adeguata di uno stesso testo. E, nemmeno in àmbito didattico (quello dove il modello normativo della traduzione ha teoricamente più senso di esistere), è sempre possibile stabilire quale di due traduzioni adeguate è "migliore".

  Un altro elemento che, come sottolinea Hermans, accomuna il concetto di traduzione al concetto di modello, è che per essere considerata tale è necessario che un collettivo, un nucleo sociale la riconosca come traduzioneiii.

  In altre parole, se io traducessi un sonetto di Shakespeare in italiano e lo spacciassi per mio, fino al giorno in cui non fossi smascherato quel sonetto potrebbe circolare come testo originale, o prototesto.

  E vale anche l'inverso: se io pubblicassi un libro di poesie mie affermando che si tratta di un'antologia di traduzioni da poeti contemporanei di un qualsiasi paese del mondo, il testo comincerebbe a circolare come metatesto, ossia tutti lo considererebbero una traduzione (interlinguistica).

  Tale differenza ha peso soprattutto nelle culture in cui si annette uno status diverso ai testi tradotti rispetto agli originali: mentre esistono o possono esistere culture in cui, una volta assodato che nessun testo nasce dal nulla, tutti i testi sono equiparati a metatesti, a "traduzioni", che siano traduzioni interlinguistiche o no.

  Altro elemento che accomuna modello e traduzione è il fatto di sottostare a determinate norme. Quando anche si respinga la concezione in base alla quale la traduzione non può essere insegnata come insieme di norme, esistono comunque, all'interno di una data cultura, norme sociali che, magari inconsciamente, agiscono sui traduttori spingendoli a produrre metatesti accettabili (da quella cultura).

  Qui il concetto di traduzione-modello si interseca con il concetto di modello di cultura e può dare adito a risultati concreti assai diversi a seconda della cultura concreta in cui si realizzaiv.

  Se, per fare solo un esempio superficiale, un traduttore decidesse di tradurre il celebre romanzo di Dostoevskij Delitto e castigo, però intitolandolo Crimine e punizione, sulla base di una più attenta analisi del titolo originale, Prestuplenie i nakazanie, e giudicando il titolo canonico italiano molto datato e poco adatto a tradurre l'originale, compirebbe un atto "poco accettabile" dalla cultura italiana. Qui si aprirebbero due possibilità: o il traduttore ha la potenza umana, sociale ed economica per illustrare la bontà della propria scelta e farla accettare al mercato librario, oppure sarebbe costretto, in nome dell'accettabilità, a ripiegare sull'antico titolo.

  Questa sintetica panoramica della relazione modelli/traduzione ci è servita a introdurre l'argomento della prossima unità: il traduttore nella società.

  

Bibliografia

BLOOM H. The Anxiety of Influence: A Theory of Poetry. New York, Oxford University Press, 1974. Traduzione italiana: L'angoscia dell'influenza. Una teoria della poesia, a cura di Mario Diacono, Milano, Feltrinelli, 1983. ISBN 88-07-10001-0.

HERMANS T. Models of translation. In Routledge Encyclopedia of Translation Studies. London, Routledge, 1998, p. 154-157. ISBN 0-415-09380-5.


i Bloom 1976.
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ii Hermans 1998, p. 156.
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iii Hermans 1998, p. 156.
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iv Hermans 1998, p. 157.
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