Chanson de la plus haute tour di Arthur Rimbaud
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Qu'il vienne, qu'il vienne,
Le temps dont on s'éprenne.
J'ai tant fait patience
Qu'à jamais l'oublie.
Craintes et souffrances
Aux cieux son parties.
Et la soif malsaine
Obscurcit mes veines.
Qu'il vienne, qu'il vienne
Le temps dont on s'éprenne.
Telle la prairie
A' l'oubli livrée,
Grandie, et fleurie
D'encens et d'ivraiés,
Au bordon farouche
Des sales mouches.
Qu'il vienne, qu'il vienne,
Le temps dont on s'éprenne.
UNA TRADUZIONE ITALIANA
Canzone della torre più alta
Sia salutato, sia salutato
Il momento in cui l'amore è sbocciato.
Tanto ho durato pazienza
Di tutto mi sono scordato.
Pianti e travagli
Al cielo ho delegato.
E la sete bizzosa
In mie vene mai riposa.
Sia salutato, sia salutato
Il momento in cui l'amore amore è sbocciato.
Come la prateria
All'oblio condanna l'erba,
Fatta grande all'allegria
Di loglio e incenso agro,
Cui luridi mosconi
Fan da garruli pennoni.
Sia salutato, sia salutato
Il momento in cui l'amore è sbocciato.
LINEAMENTI DI UNA CONTROPOETICA
Si tratta di uno dei testi di Rimbaud la cui resa poetica appare più ardua, dietro
l'apparente vena popolaresca. Infatti, vi si riassume, in pochi tratti, la parodia
dei Parnassiani, la caricatura dei libretti operistici di un Gounod e di un Thomas,
la ripresa deformata di certe movenze liriche care all'intimismo di un Halevy o di
uno Scribe. È la regressione della borghesia francese agli affetti domestici intesi
come mummie del Bello, ciò che Rimbaud intende colpire con un calco stilistico che ha
del prodigioso. La musicalità ottenuta con lo scontato strumento delle rime baciate veicola
un'acquiescenza acritica il cui risultato è una trasmutazione paradossale: nella seconda
strofa le metafore si fanno risentite e violente; eppure la percezione del lettore, rapito
nella strategia dell'ovvietà, rimane quella di un sogno dolcemente cullante. In un testo
come questa 'canzone' si può, insomma, riconoscere uno dei momenti più densi della lotta
di Rimbaud contro la 'musicalità', la levigatezza, l'ordine, la simmetria, quella
"edificazione della forma in quanto custode del significato" che, da Boileau in poi, ha
contrassegnato la poesia francese.
La disarticolazione tra il cliché formale - con le sue connotazioni da sonetto petrarchesco
trasferito nel contesto neo-gotico della lirica trobadorica fin-de-siécle - e la degenerazione
di questo beffardo Eden nei contorni di una carcassa cadaverica smangiata dai mosconi, si
propone a suggello di tutta la poetica sottesa a Une Saison en Enfer: il rovesciamento della
sublimazione alchemica. In effetti, qui, l'alleanza di parola e musica delinea, demonicamente,
una regressione dalla rubedo alla nigredo: dalle utopie raggiunte dell'Imbarco per Citera,
con un Watteu ballerino che stringe le nappe delle sue scarpette intorno alle fronte di una
natura redenta, ad un Demiurgo assente, che dona la redenzione dalla putredine soltanto a chi
ha avuto il coraggio, attraverso il Male, di percorrere il canale della sua Creazione invertita
di segno, ed uscirne, negandolo, alla luce. La sapienza è salvezza, e l'organo supremo della
sapienza è il disgusto, ostentato come nuovo e paradossale Bello. Per un traduttore, illuminante
sarà l'esercizio sui due libelli più sarcastici e riusciti di uno scrittore le cui analogie con
Rimbaud sono totali, seppure non sembra siano state colte dal cimento critico: Jonathan Swift.
Directions to servants e A modest proposal rappresentano casi analoghi di inversione alchemica
di un genere 'classico' - in questo caso, il trattatello pedagogico dalle umanistiche glorie -
in nome di una contro-estetica dello scandalo tanto più potente in quanto procede per ripresa
sistematica dei luoghi tipici di quello stile. L'educazione, intesa come capacità di far
proprio un modello, diventa, in Swift e Rimbaud, un teatro verbale dell'odio.
DESCRIZIONE DEGLI STILI
Per un traduttore, una simile immersione nel medievismo più kitsch rappresenta una sfida nei
confronti degli archetipi linguistici massimamente deteriori della propria cultura. In Italiano,
Corazzini, Gozzano, Aleardi, Prati, rappresentano gli alfieri di un lirismo tra estenuato ed
autoironico irrinunciabile, ma non andrà dimenticata le lezione degli Scapigliati, con la loro
capacità di giocare sui codici linguistici facendone, per mimesi ad contraria, gesti plastici,
maschere dentro cui sia possibile 'giocare' i sentimenti. L'apertura della lirica ricalca i
modi del genere trobadorico per eccellenza: l'aubade, quella 'maledizione dell'alba' in quanto
morte dell'amore segreto che opera, essa stessa, per rovesciamento di segno (il funerale del buio
è morte attraverso la luce) e nella quale si riassume tutto il significato dell'amore
idealistico, l'amore 'di anima', della civiltà occidentale. Si tratterà dunque, prima di
tutto, di recuperare nelle varie tradizioni l'equivalente di questo genere proprio della
letteratura occitanica. L'invocazione iniziale denuncia la discendenza dell'aubade dai Rondelli
di Primavera: quelle danze in tondo con cui si festeggiava, dopo il Mille, la festa di San
Giovanni. In Italiano si potrà, dunque, operare un calco della Caccia: una stanza di sonetto
ritmata da due versi ricorsivi a rima baciata la cui discendenza dal Rondello popolare è ben nota.
In Inglese, si potrà ricorrere al Masque, anch'esso destinato a ritmare una danza in tondo di
primavera. In Tedesco, la Barforme dei Minnesänger celebra la ricorrenza e la rigenerazione della
natura secondo lo stesso principio dell'identificazione tra l'amore, la musica e la natura che si
rigenera. In Spagna i villancicos costituiscono una forma strofica per reiterazione dagli esiti
abbastanza simili. In controluce, questo esordio cela un fantasma parodistico, la cui
individuazione procede dalla consapevolezza di ciò che, per Rimbaud, rappresentò Une Saison en
Enfer: l'esorcismo del rapporto con Verlaine, la risoluzione di una simbiosi paterna dal poeta
vissuta con un senso di soffocamento e di inadeguatezza. Così, i due versi dello 'stornello'
iniziale richiamano una celebre parodia verlainiana di un Rondello medioevale: Tournez tournez/Cheval
du bois: la lirica che Verlaine dedicò all'affannoso caracollare dei cavalli a dondolo in
una giostra. Di quel testo, Rimbaud pare mettere in caricatura il manierismo, da lui inteso
come gioco ironico, illuministico, di decodificazione. Ciò che Rimbaud non sopporta, ciò
oltre cui la sua poesia vuole andare, è il patto di complicità tra poeta e lettore, la
richiesta di decodificazione 'guidata' sottesa dalla piena coincidenza, in Verlaine, tra
forma e contenuto. Un altro controtesto che emerge da un'attenta decodifica è il
livello 'liturgico' cui la cantilenante monodia allude. Siamo in presenza di una
'rilettura' paradossale dei Salmi, con la loro metrica ancipite, basata sullo
spostamento dell'accento tonico in fine di ogni verso. Sarà dunque opportuno recuperare le
giaculatorie religiose care alla tradizione popolare, onde trarne il modello metrico capace
di realizzare l'ideale equilibrio tra raffinata strategia testuale e spontaneità associativa
che il testo di Rimbaud realizza. Infine, la poesia anticipa alcune movenze care all'arte
surrealista di un Aragon e soprattutto, del Lautrémont. La risoluzione di "sales mouches"
con "luridi mosconi" connota il carattere di invettiva marinaresca, 'mercantile', di "sales",
con la sua allusione atavica a viveri di bordo malamente conservati. Da qui la decisione di
rafforzare, mediante la resa di "bourbon farouche" con "garruli pennoni", l'ambientazione
caricaturale del testo nei codici di un gergo portuale quale potrebbe venire ripensato da dei
ragazzini di scuola superiore. È stupefacente dover constatare fino a che punto sfugga, ad una
lettura superficiale, la sottile ironia ed il senso dell'iperbole divertita di cui la poesia di
Rimbaud - così superficialmente catalogato, con enfasi melodrammatica, tra i "maledetti" - è
imbevuta. Non sembrerà paradossale, allora, prescrivere al traduttore una frequentazione con
quelle rime baciate con cui, nei fumetti del periodo bellico, si commentavano le vicende dei
personaggi. Dalla contaminazione operata da Rimbaud tra espressioni gergali e linguaggio sacro,
infatti, appare chiaro come il poeta abbia tenuto presente il gergo del teatro di marionette, e
di quei cantastorie che, nella Charleville della sua infanzia, contrappuntavano la vicenda
narrata con il riferimento a pannelli multicolori istoriati con figure sbalzate a matita. Al di
là di tutti questi giochi allusivi, la poesia acquista un significato importante nell'ambito
dell'evoluzione poetica di Rimbaud; infatti, in quell'allusione alla "soif malsane", capace di
rendere le sue vene prive di riposo, il poeta configura quell'archetipo del deserto - luogo
dell'afasia, del vagabondaggio come perdita di se stesso, e quindi, della poesia - nella cui
deriva consumerà gli ultimi anni di vita. Ecco il perché di quella resa traduttiva, "che mai non
riposa", in sé occidua rispetto all'asse sintattico del testo, ma che aderisce all'esigenza somma
di ogni traduzione: essere, prima di tutto, amplificazione dei contenuti sottesi alla nuda
evidenza denotativa.
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